Google

A B C D E F G H I J K L M N O P Q R S T U V W X Y Z
Ultime 10 FAQ inserite
Mestruazioni (Salus per Naturam, gennaio febbraio 2008)
Tutti i mesi si ripresentano più o meno puntuali, le nostre compagne di sempre; le odiate/amate mestruazioni. Nella mia attività professionale mi capita spessissimo di parlare, ascoltare, condividere pensieri ed emozioni con esponenti del panorama femminile, e sono sempre più stupita di come un fenomeno tanto comune quanto ancora “simbolicamente sconosciuto” come il ciclo mestruale finisca per acquisire un ruolo di primo piano nella vita di molte di noi, ed il motivo è tutt’altro che scontato.
Il ciclo è qualcosa che ci accompagna per tutta l’età fertile fin dalle origini dell’uomo su questa terra.
E’ quindi qualcosa che rappresenta il forte, mistico, affascinante ed immanente rapporto con la natura, qualcosa che ci ricorda quanto, nonostante il nostro progressivo allontanamento da una dimensione “primitiva”, primigenia e naturale, siamo invece in realtà profondamente ancora sottoposte alle sue leggi, ai suoi cicli, alle sue fasi, esattamente come la luna, le stelle, i pianeti, gli animali, le piante. Il "flusso mensile" è peculiarità profondamente femminile ed è perciò intuitiva ed immediata la sua grande valenza simbolica in termini di rapporto donna-femminilità.
Il tema del sangue richiama la purificazione, il sacrificio, la catarsi.
Durante i giorni del ciclo la donna è “obbligata” a toccarsi, ad accudire ed a prendere confidenza con quanto di più femmineo dispone: il proprio apparato riproduttivo, che si sviluppa interamente all'interno ad eccezione della vulva che proprio come "la punta di un iceberg" è il “punto di contatto” con l’esterno, la porta di accesso. La donna “sacrifica” il proprio ovulo non più fertile e grazie alla fuoriuscita del sangue, si purifica per propiziare ed accogliere una nuova potenziale vita. La mestruazione è quindi quel passaggio obbligato che permette ad un ciclo di concludersi, portando già in seno l’incipit del successivo.
Ecco che, allora, cominciano ad avere valenza in chiave psicosomatica i disturbi che vanno ad incidere, sia in modo diretto che indiretto, sul naturale ciclo mestruale. Problemi di dismenorrea (mestruazioni dolorose) , ad esempio, esprimono con chiarezza un vissuto conflittuale fra la necessità di esprimere la propria femminilità (o maternità), ed “il maschio”che molto spesso le donne sono “chiamate” ad essere. Sempre più di frequente vengono infatti loro richiesti comportamenti che non gli appartengono quali sostegno, protezione, fermezza, autorità, immediatezza decisionale, stabilità ed un ordine ed un rigore sia in ambito lavorativo che sociale, che per natura non costituirebbero certo la parte preponderante del carattere di un essere femminile, cui la medicina tradizionale cinese associa infatti lo “Ying”, ovvero la parte oscura, emozionale, ispiratrice creatrice e creativa per eccellenza. La donna è un’autentica “incubatrice” di emozioni, di pensieri complicati e delicati; toglierle la spontaneità che le è propria, finisce per incidere profondamente sui suoi ritmi naturali e perciò anche sul ciclo mestruale, che verrà vissuto a questo punto come un “intralcio”, come qualcosa che si preferirebbe non avere: esattamente come gli aspetti più femminili della propria natura, spesso bollati con termini quali “frivolezze”, “capricci”, “stupidità”, persino dallo stesso universo femminile. Da qui il dolore, derivante dall’ “attrito” tra queste personalità; tra la femmina fragile e sensibile che si è, ed il "maschiaccio" pratico, deciso, forte e sicuro che si vorrebbe essere.
Diversi sono invece i disturbi legati all’amenorrea (assenza di mestruazioni).
La donna non ha più il ciclo mestruale; qualcosa dentro di lei si blocca. Non è più in grado di porre in essere quel passaggio catartico sancito dalla perdita del sangue, né conseguentemente, è più in grado di “covare dentro di sé il seme della vita” perdendo la fertilità. La donna “retrocede” improvvisamente al periodo puerile, antecedente lo sviluppo, dove lei stessa costituiva il punto focale dell’attenzione materna, “opponendosi” alla mestruazione, con la quale si affaccia invece una possibilità di gravidanza e dunque un fisiologico spostamento dell’attenzione verso “il futuro”; verso un nuovo, potenziale essere. Chi manifesta questa problematica è perciò spesso una donna che non ha ancora soddisfatto completamente la propria “fame d’amore”, e che quindi sente di aver ancora bisogno di ricevere, pregiudicando inconsapevolmente così la propria capacità di dare (condizione alla base della maternità). Ed ecco che allora il corpo, il “palcoscenico dell’inconscio” concretizza questo passaggio; la donna non si sente in condizione di generare e si priva perciò fisicamente della capacità del materno. Questo è il motivo per cui, in chiave psicosomatica (oltre che biologica) questo è un disturbo che spesso accompagna altre patologie, notoriamente caratterizzate da una “fame d’affetto” come l’anoressia.
Vanno poi considerate tutte quelle situazioni in cui le mestruazioni non sono regolari. E’ questo il caso di moltissime donne che attraversano un periodo travagliato di “ridefinizione” e rideterminazione del proprio ruolo. Ogni cambiamento richiede infatti un riassestamento che coinvolge il corpo e la mente. Allontanandoci dai ritmi naturali, costringendoci a “marce” sempre più “forzate”, a sopportare orari e velocità che nulla più hanno di sano e biologico, trascurando i segnali di avvertimento e di stress (inteso nell’accezione più letterale di “sforzo”) abbiamo perso e represso progressivamente la capacità di ascoltarci. Inoltre la società in cui viviamo, che giudica senza conoscere, spesso in base a risultati meramente quantitativi, fa sì che le persone si concentrino sul produrre, meglio in silenzio, riducendo al massimo i propri sfoghi, le manifestazioni di disagio, spingendole a forzare le fondamentali fasi di adattamento comportamentale alla nuova situazione. Tutto deve avvenire velocemente, in modo efficiente ed efficace. Fenomeni che invece spesso necessiterebbero lunghi momenti di “transizione” ed adattamento alla nuova situazione per non procurare danni si trovano a dover essere affrontati in poco tempo; poco importa se la persona non si sente ancora preparata. Ed ecco che, vacillando l’equilibrio con il mondo esterno, lo squilibrio si riversa sulle dinamiche interne, molto spesso inconsce, le quali arrancano per trovare un nuovo tempo ed un nuovo spazio per manifestarsi. Quando queste problematiche investono la sfera femminile ecco che, di nuovo, a rivelare il nostro disagio, si accende la “spia” delle mestruazioni “instabili”, espressione del nostro conflitto tra desiderio di normalità (che si riflette sul piano fisico con la regolarità e la ciclicità propria del flusso) e la necessità di dover “rompere” il vecchio equilibrio, non più consono alla nuova situazione. Per capire l’origine del problema è allora necessario cominciare a riflettere sul “quando” le mestruazioni ritardano, o hanno cominciato a tardare e sul “cosa” ha fatto si che l’equilibrio si incrinasse. Dopo una “fatica” importante, dopo aver cambiato lavoro, concluso una relazione, affrontato un trasferimento, preso parte a contrasti importanti o ad episodi ritenuti fallimentari, la donna deve necessariamente comprendere la sua nuova collocazione, riassestare “naturalmente” il proprio equilibrio, ridefinire il proprio Io con dolcezza e tolleranza; altrimenti ciò non potrà che riflettersi sul ciclo, rendendolo “ballerino” ed “instabile” proprio come la propria posizione.
Emerge a questo punto, con grande chiarezza, l’inscindibile parallelismo psiche/soma. Le problematiche legate al ciclo, fungendo da specchio alla persona, la portano necessariamente a dover affrontare il problema (se non sul piano psichico per lo meno sul piano somatico) e costituiscono irripetibili occasioni di crescita personale.

 
Allergie-A cosa sto reagendo? (pubblicato su Salus per Naturam, giugno luglio 2008)
Passano gli anni, ma quando comincia a spuntare quel bel sole primaverile sul davanzale delle nostre finestre, per quasi dieci milioni di italiani, comincia a risvegliarsi l’incubo delle allergie. Negli ultimi anni si sta infatti assistendo ad un notevole incremento del numero di persone (sia tra i bambini che tra gli adulti) che presentano manifestazioni allergiche di vario tipo, in particolare “allergie stagionali”; si calcola che in pochi anni la percentuale di persone che in Italia ne soffre sia passata dal 10 al 15-20%, interessando così una vasta fetta di popolazione. Ma cosa si nasconde dietro questo fenomeno di massa? Perché alcune persone ne soffrono ed altre no? Nonostante tutte le persone vengano a contatto con gli allergeni, infatti, solo alcuni ne risentono al punto da sviluppare una reazione di tale portata. Inoltre a volte è la stessa persona a soffrirne “ a spot” in certi periodi della vita, e quindi in modo non sistematico, come mai? Molte manifestazioni allergiche esplodono infatti sovente in modo apparentemente inspiegabile ed inaspettato e spesso scompaiono in modo altrettanto misterioso. Per chiarire alcuni di questi interrogativi è necessario soffermarci a riflettere sul concetto di allergia ed a quanto la sua voce (che corrisponde alla manifestazione allergica) costituisce solo la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più esteso. L’uomo si allontana sempre più dalla natura, dai suoi ritmi, dalle sue forme e conseguentemente anche dai suoi istinti primordiali. Il contatto con la terra viene sostituito da pavimenti tirati a lucido, gli alberi da muri dipinti a trattati e gli elementi da oggetti puliti e disinfettati. Si è ormai arrivati alla convinzione che il termine “asettico” sia sinonimo di pulito, quando non è affatto così. Analizzando la realtà da questo punto di vista, non stupisce più che l’organismo reagisca violentemente a qualcosa di esterno, estraneo, tentando di difendersi, e di sfavorire il rapporto con gli altri e col mondo; con ciò che è “altro da sé”. La chiave profonda di lettura, in termini di allergie, è sempre connessa alla difesa ed alla paura. Il mondo viene visto come elemento estraneo, percepito come ostile e pericoloso, popolato da agenti potenzialmente nefasti (anche se non lo sono, vengono di fatto vissuti come tali) e dai quali ci proteggiamo attivamente dopo aver subito passivamente. Ecco perché le allergie colpiscono per esempio bambini, figli di madri iper-apprensive che “separano” il bimbo dal mondo, isolandolo per proteggerlo. I padri, a loro volta spesso esclusi da questo rapporto madre-figlio, sviluppano atteggiamenti di straniamento venendo così percepiti dal piccolo come “deboli” o addirittura assenti.
Analizzando l’aspetto aggressivo insito nella manifestazione allergica, è necessario spendere due parole sui miraggi di perfezione, ricchezza e pulizia su cui si basano le società economicamente sviluppate e propagandati su vasta scala dai media. In un contesto sociale ove tutto deve essere controllato e senza sbavature, non c’è più spazio per quella aggressività primordiale che in ogni essere si manifesta sia a livello macroscopico col proprio comportamento (di conquista, di corteggiamento, di difesa del territorio, di lotta etc..) che microscopico con le infinite piccole/grandi lotte combattute dal nostro esercito interno ovvero dal sistema immunitario. La progressiva, fisiologica, innaturale e sistematica repressione della rabbia “macroscopica” (o comportamentale), temuta e bollata quindi come manifestazione antisociale e pericolosa, non ha fatto certamente sì che questa abbandonasse definitivamente la nostra più profonda natura: come dire il fatto che non si veda non significa che questa non ci sia. Semplicemente la rabbia, a volte addirittura banali nervosismi, sono caduti nella fossa comune del pregiudizio sociale, divenendo emozioni tabù insieme all’invidia ed al rancore. Questo ha fatto si che l’uomo, vergognandosi persino di provare tali emozioni, le ha allontanate il più possibile dalla propria sfera cosciente e di comportamento, perdendo però contestualmente la capacità di gestirle, di riconoscerle e di dare loro la giusta importanza; in una parola le ha “messe in cantina”, senza potersene realmente liberare, dal momento che queste “corde” proprio come le corde ben più accettate dell’allegria, dell’amore, della gioia, fanno parte della natura dell’essere umano. Tale aggressività tenuta in cattività (nel senso letterale di in captivitas ovvero prigioniera, nelle nostre cantine) è perciò divenuta uno “scheletro nell’armadio”. Si aggiunge a questo il fatto che allontanandoci pian piano dal confronto con gli agenti esterni, abbiamo procurato che anche sul piano microscopico/interno, questa emozione non avesse appiglio per “scaricarsi” fisiologicamente. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: comportamenti violenti, voci di un’aggressività furiosa e repressa nel corso degli anni, imperversano sul piano macroscopico/sociale e non deve perciò stupire che questo avvenga anche sul piano microscopico. L’allergia infatti altro non è che una esagerata risposta del nostro sistema immunitario ad un agente (detto “antigene”) normalmente innocuo ma che viene riconosciuto dall’organismo come dannoso. Si innesca dunque un’over-reazione: il processo infiammatorio vede coinvolti anticorpi (IpE) e varie cellule, in particolare i mastociti e gli eosinofili la cui attivazione porta al rilascio di mediatori chimici (istamina e citochine) responsabili dei sintomi. Nella mia esperienza professionale ho notato sovente quanto le persone allergiche risultino all’apparenza particolarmente controllate, tranquille, posate, misurate, miti, covando però contestualmente sotto la superficie una profonda aggressività repressa (di cui spesso non sono consapevoli ma che altrettanto spesso non vogliono vedere, né affrontare- non a caso si conoscono e sono conosciute come tranquille, accomodanti, gentili, generose-). Tale discrasia crea un conflitto che esplode, guarda caso, proprio nel momento del confronto con l’esterno. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare questo è un bene e non un male per gli allergici, i quali trovano finalmente un modo per far fluire un’emozione completamente fisiologica che altrimenti non si concederebbero mai la possibilità di sfogare. A riprova di tale connotazione, ricordiamo che tra i farmaci più diffusi tesi a curare gli stati allergici troviamo i corticosteroidi, che sono potenti infiammatori. Essi inibiscono la risposta immunitaria eccessiva placando la manifestazione di rabbia, ma gli effetti collaterali (ipertensione, iperglicemia, aumento di peso, ulcere, acne, insonnia) mostrano, piuttosto che una risoluzione della problematica, una più preoccupante, dal punto di vista psicosomatico, “internalizzazione dello stato rabbioso”, il quale non si manifesta più esternamente ma viene “ricacciato giù”, ad un livello più interno, più profondo. Tale fenomeno che porta la problematica dall’esterno verso l’interno è detto “vicariazione regressiva”, il che significa che il sintomo, “inabissandosi”, perde ogni possibilità di comunicare il disagio (e quindi di sfogarsi), di portare l’attenzione sul conflitto che si consuma dentro il soggetto e conseguentemente di farsi sentire. In altre parole, perde le chances di essere ascoltato e quindi di essere un’opportunità costruttiva di autocoscienza per la persona che lo prova.
Un’altra cosa importante da analizzare è “a cosa” la persona reagisce, perché anche questo parla di lei. Le cause biologiche delle allergie possono essere di diversa natura. In questa stagione sicuramente i pollini la fanno da padroni, in particolare le graminacee sono fra le principali responsabili dei fastidiosi sintomi. Che cosa ci dice questo? Il polline, in chiave psicosomatica, rappresenta il seme, il vigore sessuale, la fecondità. “Difendersi” e “reagire” in modo inconsapevole ed incontrollato a questa sostanza significa rifuggire una natura passionale ed istintuale repressa. Non è un caso che le allergie colpiscano soprattutto le mucose, che costituiscono punti di accesso delicati e umidi, molto sensibili, spesso collegati alla sfera sessuale. L’allergia colpisce laddove si nasconde la paura di una relazione tra sé stessi (identificata nella parte che reagisce) e quella parte di mondo che innesca in noi la reazione. Ecco perché molto spesso “debutta” tra gli adolescenti in fase puberale (spesso anche in associazione all’acne). Le manifestazioni cliniche possono essere diverse e possono coesistere o succedersi nel corso della vita. Il sintomo più comune è la rinite allergica determinata da una infiammazione della mucosa nasale che causa starnuti, prurito e naso ostruito. Oltre a queste manifestazioni si possono frequentemente riscontrare congiuntiviti che portano a bruciore, prurito, arrossamenti e ad eccessiva lacrimazione. In particolare, lo starnuto e la tosse sono elementi di rifiuto (rifiuto del confronto con gli agenti esterni in oggetto), e rappresentano la volontà di allontanarli e di liberarcene; la forte lacrimazione, rappresenta il pianto e la purificazione per un sentimento che non è vissuto pienamente, che è represso perché “non in linea” con ciò che la persona vuole essere. Se la manifestazione comporta invece un grande a prurito, questo incarna la necessità di soddisfare una pulsione incontrollabile di cui spesso la persona non si fa una ragione. A volte, la scarica di rabbia è talmente forte da “togliere l’aria”, “soffocare”, e sono questi i casi in cui si può assistere alla manifestazione dell’asma allergica che compromette la respirazione con tosse ed affanno. Altri farmaci normalmente usati per attenuare i sintomi sono gli antistaminici i quali contrastano l’attività dell’istamina, principale responsabile dei sintomi dell’allergia. E’ importante sapere che questi farmaci non guariscono la problematica e la sua origine, ma si limitano ad alleviarne i sintomi. La persona perde ulteriormente il contatto col mondo esterno, inabissando ulteriormente il conflitto, tanto che il principale effetto collaterale di questi farmaci è una diminuzione della capacità di concentrazione, di vigilanza e l’incremento di uno stato di sonnolenza. Alla luce di queste considerazioni, appare più che mai chiaro quanto un disturbo, anche fastidioso come può esserlo un’allergia, possa invece costituire un alleato prezioso aiutandoci a capirci meglio, ed a fare un lungo, appassionante e costruttivo viaggio verso noi stessi.
 
ANORESSIA E BULIMIA: i problemi “nel piatto” (pubblicato su Salus per Naturam, aprile maggio 2008)
Mangiare significa fare proprio un pezzo di mondo, entrare in relazione con qualcosa che è “altro da noi”, accettare come parte di noi qualcosa che prima non ci apparteneva. Mangiare significa comunicazione, significa vita. Chi vive l’anoressia, soprattutto le donne, (anche se il numero degli uomini è in aumento) sa che questa produce comportamenti compulsivi ed ossessioni riguardanti cibo e calorie, che occupano gran parte delle proprie giornate. Il cibo, o meglio, ciò che rappresenta, diventa il protagonista di tutta una vita, orribile e minaccioso: la sua mancanza, ma anche la sua presenza, sviluppano fantasie distruttive di morte ed autolesionismo. L’uomo, come qualsiasi altro essere vivente di questo pianeta, esiste solo grazie all’interazione con l’esterno, vive di questo nutrendosene, respirandolo, bevendolo e comunicando; ecco perché ciò che ci circonda modifica profondamente la nostra persona sia a livello fisico che psicologico. Il cibo fa parte proprio di questa “realtà esterna” che deve essere anche nostra, e perciò una relazione distorta con esso, si riflette inevitabilmente su una distorsione “interna” di ciò che in noi rappresenterà proprio quel mondo che rifiutiamo (simbolicamente la propria fisicità). Chi è malato, si guarda allo specchio e non si riconosce più e, dal momento che il rapporto con l’esterno altro non è se non un’estroflessione del nostro mondo interiore profondamente condizionato da emozioni e stati d’animo, è ovvio che il mondo interiore di queste persone sarà vissuto in modo profondamente distorto. La correlazione percezione del mondo/stato d’animo è immediata ed emerge anche ad una sommaria indagine del nostro linguaggio: chi è triste vedrà tutto “grigio”, chi è innamorato, percepirà il mondo “rosa”; è quindi evidente quanto lo stato d’animo/interiorità si estrofletta sulla percezione del colore/esteriorità e quindi sulla relazione (visiva) con ciò che ci circonda. L’intuitiva conseguenza è che se non si ha un sano rapporto col proprio “io”, non si può certo contrarre un sano rapporto con l’esterno, che ne è una proiezione, ed ecco perché l’anoressica, ancora prima del rapporto col cibo, perde in realtà il senso di sé e, con esso, anche il senso del Sé. Ma che voce sola può mai essere, quella che grida nel corpo esile e scarno di chi diviene l’ombra di ciò che era? Cosa piange quell’acuto dolore che si consuma lentamente all’ombra di una società che ha fatto dell’anoressia uno stile e della magrezza estrema una moda?
Chi si occupa di psicosomatica, sa bene che il corpo, in qualsiasi sua manifestazione parla, comunica, e lo fa attraverso specifici processi di somatizzazione (ove, per somatizzazione, si intende l’espressione fisica di una condizione psichica). In particolare, si annoverano somatizzazioni per analogia (il corpo esprime analogicamente il “pensiero nascosto” della persona, “mimandolo”) e somatizzazioni per contrasto (il corpo attiva un processo di conversione della problematica, quasi ad indicare la possibile risoluzione del disagio). Ciò che è misteriosamente affascinante ed allo stesso tempo sconvolgente è che le somatizzazioni, in realtà, essendo pur sempre espressioni del “tutto”, tendono a contenere entrambi gli aspetti – analogici e contrari- che, come in una composizione pittorica ed artistica (estetica e teatrale, proprio come il corpo) si mischiano e si scindono, confermando, ancora una volta, l’immanente veridicità di un concetto olistico che trova la propria forma attraverso quel dualismo “olistico” nascente dalla sinergia tra le filosofie orientali secondo cui ogni cosa nasce dal suo opposto ed occidentali, secondo cui si cura “col simile”. Il corpo, infatti, nel suo disperato e continuo tentativo di sopravvivenza, ha bisogno sia di “esprimere” il disagio che di indicare, attraverso lo sfogo, la sua “soluzione”. L’anoressia e la bulimia ne sono emblematici esempi. L’eccessiva magrezza, per analogia, rappresenta il profondo senso di “annullamento”, di mancanza di identità, di amore e di attenzione che ha profondamente segnato la persona con ogni probabilità già dai primissimi mesi di vita. La distorsione del sé diviene talmente profonda che, proprio nelle anoressiche, così “ossessionate” dal senso estetico, per quella tragica ironia che è spesso componente intrinseca di somatizzazioni analogiche riflettenti situazioni vissute distortamente, la fisicità (veicolo di espressione della bellezza) viene paradossalmente a perdere il suo “spessore” (somatizzazione per contrasto). Eppure, vi è anche qualcosa di così profondamente analogico, nel comportamento del rifiuto del cibo, che merita di essere dettagliatamente analizzato.
Personalmente, non mi è mai capitato di vedere persone affette da disturbi del comportamento alimentare che non avessero fatto esperienza, nella primissima infanzia, di problemi legati all’allattamento. Ciò significa che la malattia ha origini lontane, e questo non stupisce se si considera la grande capacità del cervello di memorizzare per associazione di idee, tale per cui al verificarsi di un episodio verrà richiamato alla memoria immediatamente disponibile tutto ciò che trova “nella stessa sottocartella”. Ciò è facilmente riscontrabile nella vita quotidiana; un esempio classico potrebbe essere quello di chi, avendo assistito ad incidenti molto gravi, viene sopraffatto dall’ansia anche assistendo ad un piccolo tamponamento. Tale over-reazione è appunto provocata dal richiamo di esperienze di quel tipo già vissute. Ecco perché chi ha vissuto problematiche alimentari, anche in una fase tanto precoce della vita (la primissima infanzia), sarà soggetto a sviluppare con molta più facilità, disturbi del comportamento alimentare: il suo cervello “richiamerà” infatti spontaneamente ed automaticamente, a livello inconscio, le memorie arcaiche e traumatiche dello stesso tipo.
La fase dell’adolescenza (l’”infanzia” dell’età adulta) è una fase molto delicata, che vede la massima incidenza in termini di insorgenza di disturbi alimentari. E’ questo infatti il periodo in cui, più di ogni altro, i disagi sopiti prendono corpo (si somatizzano), e non potrebbe essere diversamente dal momento che il passaggio dal bambino all’adulto comporta una rottura, anche traumatica, delle dinamiche infantili ove si era fortemente dipendenti dai genitori, ed una creazione di nuovi equilibri, che costringono l’adolescente ad “uscire dal nido”ed a doversi “alzare”, sostenendosi con le proprie gambe e spostando il proprio baricentro su di sé. Risulta perciò estremamente intuitivo che è proprio in questo momento che facilmente emergono con violenza le problematiche connesse all’”alzarsi” del bambino in posizione eretta ed al “corpo” del neoadulto, che dovrà diventare pilastro e sostegno di una nuova vita indipendente e non più solo appendice della vita dei genitori.
Con questo non si vuole in nessun modo sostenere che tutte le persone che hanno avuto problemi alimentari nella primissima infanzia, svilupperanno necessariamente questo tipo di psicosi, ma è invece altamente probabile il contrario; ovvero è molto frequente che chi sviluppa questi disturbi durante l’adolescenza, covi un trascorso di sofferenza alimentare già nei primi mesi di vita. Per il bimbo infatti, il latte materno rappresenta la sopravvivenza, che si sposa perfettamente con il desiderio/necessità primaria di relazione con il mondo (la madre) che lo nutre di se stessa attraverso il contatto col seno. E’ infatti proprio con la madre/mondo che il bimbo ha la sua prima relazione con un “altro da sé”; questo contatto implica la nascita e lo sviluppo di molti altri sentimenti, come la fiducia (il bimbo non ha scampo, deve necessariamente fidarsi di un “altro da Sé”- se vuole sopravvivere), del calore e dell’interazione. Il contatto ha inoltre valenza protettiva; il piccolo sa istintivamente che proprio esclusivamente grazie a quel contatto, potrà vivere. Sia il cibo che la relazione (e la comunicazione) sono quindi elementi primari e funzionali alla vita del bambino, e compaiono, ancora una volta, inscindibilmente insieme. Il piccolo che si trova a dover affrontare un distacco prematuro dalla madre, e trovandosi nella totale incapacità di esprimersi attraverso il linguaggio, somatizza un traumatico senso di rifiuto che non è in grado di accettare ed elaborare; percepisce di non poter vivere e, conseguentemente, si insinua in lui un senso ed un terrore di morte che non è in grado di dominare. Ed ecco che sovente, in questi casi, analogicamente a quanto percepito, il piccolo smette di mangiare e rifiutando il cibo entra in un meccanismo che rimane latente e che potrà riemergere poi nel corso della sua vita.
Il senso del rifiuto “percepito”si esprime generalmente attraverso due diverse manifestazioni che ancora una volta, si toccano ed interagiscono, spesso trasformandosi l’una nell’altra, sfociando nel il rifiuto diretto del cibo/mondo che quindi viene rifiutato “prescindere” non potendo neppure entrare nel corpo del soggetto (anoressia), o nella furiosa, furibonda tendenza bulimica, che presuppone invece un disperato tentativo di relazione col mondo, rifiutato però immediatamente dopo in modo da non “attecchire” e non trasformarsi in qualcosa che farà parte integrante della persona (attraverso la sua metabolizzazione) (bulimia). L’anoressica, che somatizza la sua fame insoddisfatta (d’amore) attraverso una magrezza eccessiva (analogia), nasconde un’enorme carica di aggressività che cerca uno sfogo attraverso l’accanimento, anche sportivo, mirato alla perdita di ulteriore peso, verbale, che punta al riconoscimento proprio e delle proprie qualità ed autolesionistico dato dalla sottoalimentazione (contrasto). La persona si lascia letteralmente “sparire” fisicamente, mentre lotta disperatamente con acume e tenacia per essere affermata e riconosciuta come individuo, “distaccandosi” dalla massa; sono infatti frequenti nella anoressiche tratti istrionici, intelligenza acuta, tendenza a primeggiare e ad attirare l’attenzione. La bulimica, invece, già nell’atto del vomito esprime il suo bruciante rancore verso l’altro da sé, manifestando fisicamente, direttamente ed impulsivamente la propria aggressività (analogia), mentre si presenta sul piano psicologico estremamente “sottile e fragile” (contrasto); spesso questi soggetti ricorrono a droghe e facilmente incorrono in abusi ed eccessi. Entrambe le somatizzazioni nascono da uno stesso profondo disagio (una mancanza d’amore percepita), che si manifesta però in modo complementarmente opposto. E’ tipico delle anoressiche il profondo rifiuto della loro componente femminile, espressione ed evoluzione di una donna (la madre), con cui vivono ed hanno vissuto un rapporto profondamente conflittuale e che quindi non accettano come parte di sé. Tale rifiuto da luogo a somatizzazioni tipiche: frequentissimi i casi di amenorrea (scomparsa del ciclo mestruale, che al contrario di quanto comunemente si pensa, spesso “preannuncia” l’anoressia e non ne è semplicemente una conseguenza dovuta a meccanismi di “risparmio energetico”), perdita di capelli (elemento profondamente femminile), crescita di peluria corporea (rafforzamento dei tratti maschili) e disprezzo verbale e fisico nei confronti delle proprie forme femminili (seno, pancia e glutei vengono schiacciati in abiti fortemente contenitivi, nascosti e camuffati). Molte ragazze finiscono per confondere trasparenza con perfezione, anelando ad uno stato in cui non sono più fisicamente nulla.
Ma da dove viene tutta questa voglia di essere nulla ed allo stesso tempo, il rancore di esserlo? Diversi studi mettono in evidenza che spesso le madri di ragazze con disturbi alimentari, le hanno “riconosciute” (e quindi accettate) solo nella misura in cui sapevano essere “brave bambine”, ovvero sapevano compiacerle, dimostrando “a tutti” ed a loro stesse in primis che sapevano essere brave mamme. Questo comportamento tradisce, invero, una profonda insicurezza anche da parte delle madri, che cercano riscontri e conferme della propria identità e delle proprie capacità, anche attraverso i figli che vivono perciò come parti di sé. L’attenzione, in queste situazioni, viene perciò spostata dal bambino alla madre e lo “schiacciamento” dell’individualità del piccolo ne è una diretta conseguenza. Attraverso tali comportamenti ed ostentazioni, in parte inconsci,mirati a richiamare l’attenzione ed il complimento, la madre “esprime” un suo personale bisogno di conferme tradendo la scarsa fiducia e considerazione di sé stessa (contrasto) ed il piccolo, che si vive (e viene vissuto) come una mera appendice del corpo della madre “assorbirà” questa sua percezione di nullità, fragilità ed inadeguatezza (analogia) che lo porteranno a crescere cercando continue conferme di sé e delle proprie capacità e le troverà proprio nella madre creando un circolo vizioso e perverso. Spesso l’anoressica cresce infatti ricevendo gratificazioni, attenzioni e quindi la sicurezza di esistere solo quando si comporta come “vuole” la mamma (come la madre si comporterebbe) ed è quindi poco stimolata allo sviluppo della propria autonomia e personalità. Il padre delle anoressiche e delle bulimiche, invece, nella maggioranza dei casi, tende ad avere un ruolo “marginale” nella vita familiare: è assente, poco supportante, renitente a dare e vissuto come “lontano”, “recessivo” e “remissivo”; il rapporto genitoriale finisce quindi inevitabilmente per concentrarsi sulla relazione madre-bambina.

La mente della bambina, che tende a replicare i comportamenti che ottengono risposte positive e gratificazioni, cercherà dunque il più possibile di “essere brava secondo la madre” (in modo da ottenerne l’approvazione ed i complimenti) senza mai costruirsi una propria fisiologica autonomia. Questo provoca necessariamente una profonda “spersonalizzazione” della bimba che crescerà “in simbiosi” con la madre, e che, al momento del “distacco” (che avviene in genere durante l’adolescenza), se da una parte potrebbe provare un amore ossessivo, dall’altra potrebbe anche sprigionare un rancore profondo per quella madre che le ha “rubato” la vita togliendole per sempre l’indipendenza.

La diretta conseguenza della profonda dipendenza da parte di questa figura, porta molte delle ragazze che soffrono di disturbi alimentari ad essere “eterne bambine”: la maggioranza di loro si sente totalmente incapace di badare perfino a se stessa. Nelle anoressiche, le mestruazioni, che rappresentano per antonomasia il passaggio all’età adulta, scompaiono, e con esse anche la possibilità di divenire, a loro volta, madri (è come se il corpo dicesse “non so prendermi cura di me, come posso farlo con un altro essere” ?). In effetti, vivranno per ricevere le attenzioni che sono loro mancate, all’ombra dell’insicurezza materna, mentre avere un bambino presupporrebbe uno slittare “in avanti” dell’attenzione, privandole per sempre del loro riscatto. L’anoressica vive in un corpo che “non le appartiene”perché vissuto come un’“estensione della madre, e perciò rifiutato. Quel corpo “nasconde” una bambina che necessita di essere “riconosciuta in quanto tale” e questa necessità, come una maledizione, la porterà a cercare di annullarsi, da una parte (analogia) mentre tenterà disperatamente di essere “riconosciuta” dall’altra, attraverso una continua ricerca di complimenti e conferme, che in molti casi concorreranno a indurre comportamenti sempre più estremi (somatizzazione per contrasto). L’aggressività autolesionistica viene quindi psicoticamente compensata dall’esigenza di “apparire” e di essere riconosciuta a tutti i costi.
Nelle ragazze bulimiche invece, il tentativo disperato di accettare il mondo (ed al tempo stesso di essere da questo accettate) si infrange contro l’incapacità di metabolizzare e di digerire quell’introietto materno/altro da sé, oggetto di rabbia e disprezzo. Le bulimiche, finiscono per catalogare i cibi in buoni (spesso le proteine, che costituiscono simbolicamente la componente muscolare e perciò analogicamente maschile) che “devono essere trattenuti” e cattivi (classicamente i cibi dolci ed i carboidrati, per non parlare di grassi e latticini (che analogicamente hanno un forte richiamo al materno). Analogicamente si comportano le anoressiche, che tendono a “far entrare” solo alimenti “puri” e “sottili” (in particolare frutta e verdura che vengono” vissuti” in analogia con il proprio Sé) come se potessero trasmettere loro la vita, rifiutando tutto ciò che è dolce, grasso, calorico e che quindi viene simbolicamente associato alle “coccole” e quindi al materno.
Lavorando, mi ha colpito la grandissima sensibilità di chi ha avuto esperienza di disturbi alimentari e gradualmente ho maturato la convinzione che tali soggetti in realtà non siano altro che voci sommesse di un disagio diffuso, sopito e latente, e lo dimostra il fatto che i casi crescono di anno in anno. La progressiva degenerazione dell’ambiente in cui viviamo, delle società che condividiamo, dei messaggi che percepiamo, dei segnali che ascoltiamo; il sovvertirsi inesorabile del naturale ordine delle cose, lo sfaldarsi dei ruoli e delle regole, dei punti di riferimento, associato alla massima attenzione prestata superficialmente (ma strategicamente) all’apparenza, lascia un profondo senso di vuoto che finisce per intaccare e per “nutrire” generazione dopo generazione. Noi siamo ciò che mangiamo. Mangiare è comunicazione, è relazione, è vita; ma che vita potremmo mai vivere “cibandoci” di vuoto?
Forse, in una paradossale lucidità psicotica, e nell’instabilità e nel dolore di chi non è in grado di affrontare questa vita rimanendo saldo ed in piedi nonostante tutto, il rifiuto rimane l’unica strada percorribile.
 
IN ELABORAZIONE
UNDER CONSTRUCTION...
 
UNDER CONSTRUCTION...
 
Psicosomatica:uno strumento fondamentale per il nostro benessere.
“Psicosomatica” è un termine occidentale che si riferisce all’approfondimento delle relazioni corpomente.
Tali interazioni erano già state approfondite dalle medicine orientali (le prime osservazioni avvennero in Cina e
risalgono addirittura a circa 2000 anni prima di Cristo), mentre l’attenzione degli occidentali si è rivolta a queste
tematiche solo a partire da fine Ottocento. Le più importanti e rivoluzionarie “scoperte scientifiche” in
proposito, risalgono però soprattutto agli ultimi quindici anni.
In particolare si è scoperto che ogni emozione corrisponde ad una reazione biochimica ben precisa
all'interno dell'organismo, la quale si riflette a livello fisico, influendo notevolmente sugli organi, sui
meccanismi biologici e conseguentemente, ovviamente sulla salute. Studi recenti nei campi della
psiconeuroimmunologia e della psiconeuroendocrinologia, hanno comprovato l'importanza delle emozioni e la
loro determinante influenza nei processi afferenti salute e malattia. In realtà, ognuno di noi, nella vita
quotidiana, sperimenta continuamente ed istintivamente la stretta correlazione emozionereazione
fisica (es.
quando ci emozioniamo, ci viene la “pelle d'oca”; quando ci innamoriamo, ci batte forte il cuore; quando ci
spaventiamo, corriamo in bagno, quando siamo stressati notiamo un repentino cambiamento delle condizioni
gastrointestinali e così via..). Purtroppo però questa preziosa conoscenza innata non viene approfondita, anzi
semmai repressa nel contesto socioculturale
cui apparteniamo. Nonostante le numerose ricerche effettuate in
merito infatti, emozioni e stati d’animo non sono a tutt’oggi contemplati dall’ “approccio medico tradizionale
occidentale”, che perciò può risultare a volte cieco ed inappropriato, spersonalizzante, prettamente settoriale e
rivolto soprattutto alla cura degli effetti (intervenendo biochimicamente sull’organismo –attraverso la
prescrizione di farmaci)
piuttosto che sull’approfondimento delle cause del problema.
Ad allontanarci ulteriormente dalla comprensione di cosa succede dentro di noi intervengono i ritmi di vita
sconsideratamente frenetici, l'aumento delle ore di lavoro, l'incremento costante dell'influenza dei media nella
nostra vita ed il conseguente calo della qualità del tempo libero, degli spazi dedicati alla riflessione, al
ragionamento ed alla cultura, unito ad un forte sovraccarico di preoccupazioni strettamente correlate alla
dilagante insicurezza sociale.
Diveniamo così sempre più estranei a noi stessi, e conseguentemente, sempre più allarmati alla comparsa
di ogni manifestazione sconosciuta (la paura è infatti caratteristica dalla sensazione della non conoscenza e del
mancato controllo). Sintomi e malattie si sono perciò progressivamente trasformati in inesauribili “opportunità
lucrative”: le persone, sempre più allarmate, farebbero infatti di tutto pur di liberarsi del problema nel più breve
tempo possibile, pur di mettere a tacere quella “voce fastidiosa” espressa dal sintomo/patologia (che è in realtà
spesso sinonimo di un problema molto più profondo), con gravi conseguenze sia in termini economici che in
termini di salute. I risultati di tale atteggiamento sono sotto gli occhi di tutti, tanto diffusi e palesi da avere
assunto la connotazione di “fenomeni sociali”: l'abuso di farmaci, la corsa ad analgesici alla comparsa del
minimo dolorino, un impiego sconsiderato di antibiotici e cortisonici, il ricorso a qualsiasi cosa ed a chiunque
possa liberarci velocemente dal problema, promettendoci una pronta guarigione ed il minimo sforzo. Purtroppo
la “comodità” di non chiederci il perché, di risparmiarci “scomode” domande, si paga a caro prezzo; l'assumere
farmaci quando potrebbero essere evitati è infatti un’abitudine sbagliata e dannosa poiché oltre a danneggiare
l’organismo sotto vari punti di vista (stress, aumento delle resistenze etc… ) ha, in casi non isolati, la
conseguenza di indurre l’assunzione di nuovi farmaci, magari volti a curare gli effetti collaterali dei precedenti.
La psicosomatica, insegna invece che oltre a curare le fronde (e per questo ben vengano farmaci
scientificamente avanzati, poco invasivi ed efficaci), è altrettanto necessario intervenire sulla salute delle
radici, ovvero è necessario approfondire e lavorare sull’origine emozionale del malessere.
Se le emozioni influiscono in modo tanto evidente sul corpo, è immediato ed intuitivo capire anche la loro
grande influenza nella formazione, o meno, della sintomatologia/patologia fisica; per questo se si intraprende il
viaggio alla conquista della salute (che deve essere un traguardo e non un punto scontato di partenza), sia in fase
di cura, che in una prospettiva di prevenzione, è fondamentale ed imprescindibile, capire le nostre emozioni,
conoscere noi stessi, dar voce in modo costruttivo e non distruttivo ai nostri sentimenti perché non
vengano somatizzati e svelare i meccanismi di correlazione menteorgano.
In questo modo acquisiamo uno
strumento non solo di benessere, ma anche di ragionamento, che ci permette di rispondere con precisione alla
domanda "come sto?” ancora prima che qualcuno dall’esterno, possa constatarlo (dopo una serie di analisi ed
indagini). Beninteso, ben vengano le analisi, tuttavia è necessario portare l’attenzione anche sulla
considerazione banale eppure non scontata, che noi siamo di fatto dentro di noi, e quindi chi meglio di noi
può sapere come stiamo? E’ pertanto necessario arricchire l' approccio medico tradizionale occidentale con
nuove consapevolezze, così come lo è riportare la persona al centro del processo di guarigione, poiché è
proprio la persona la vera ed unica protagonista attiva della propria vita e del proprio benessere.
A tale proposito si aggiunga che un aspetto negativo, purtroppo poco sottolineato, è l’atteggiamento passivo
indirettamente indotto dall'assunzione di farmaci, che appare evidente quando si considerano frasi comunissime
del tipo:"spero che conti", "aspetto che faccia effetto", "mi auguro che funzioni". Questo approccio è sbagliato e
controproducente perché produce ansia e stati di angoscia nel soggetto e provoca un senso di incontrollabilità
della situazione; deve perciò essere accompagnato anche dalla consapevolezza che invece in realtà la persona
può fare tantissimo per il proprio benessere e la propria salute, capendo il meccanismo di somatizzazione
ed imparando ad instaurare un approccio positivo e stimolante con la realtà che lo circonda in modo da porsi
nella condizione idonea per lavorare attivamente e consapevolmente al miglioramento delle proprie
percezioni ed incrementando così le emozioni positive, responsabili di fenomeni di miglioramento fisico
(oltre che psicologico), in taluni casi addirittura risolutive della problematica.
Dobbiamo dunque imparare a prenderci cura di noi, a sentire il nostro corpo e le nostre esigenze, a capire le
correlazioni fisicoemozionali,
ad amarci, abbandonando quella sterile sensazione di terrore che compare non
appena avvertiamo un dolorino insolito. Solo attraverso la crescita personale possiamo infatti toglierci dal ruolo
di consumatori a tutti i costi, e sottrarci alla triste regola che pare sovrastare il mercato e la società, secondo cui
valiamo solo se e nella misura in cui consumiamo.
Apriamo gli occhi ed impariamo una nuova cultura della salute, c’è tutto un mondo da scoprire (il
nostro)!
 
Cistite, quell’emozione che non puoi più trattenere.
Quel fastidio in fondo alla pancia, una sensazione persistente di indisposizione, e poi quel bruciore; un malessere interno che “spinge”, che “pesa”, che non ci fa sentire “a posto”. Sono sintomi frequenti, che affliggono soprattutto le donne, spesso ma non necessariamente solo manifestazioni della cistite, un’infiammazione della vescica urinaria. Queste sintomatologie costituiscono l’opportunità per il corpo di esprimere fisicamente il nostro bisogno emozionale di risolvere e di liberarci di stantie situazioni che non possono più essere “tenute dentro”, accantonate e mai risolte, seppur a caro prezzo perché in contrasto con la nostra “impalcatura razionale”, con quanto abbiamo costruito con fatica, e con quanto “ormai abbiamo sopportato fino ad ora”. Il punto è che “aver sopportato” non è una buona ragione per continuare a sopportare, anche se ci si affeziona sempre al tempo trascorso, anche quando questo significa dolore.
Ad ogni azione corrisponde una reazione uguale e contraria, e c’è allora da chiedersi quale sia l’atto a cui stiamo reagendo, e chi l’abbia posto in essere. La cistite, come qualsiasi problematica fisica, denuncia le nostre emozioni più recondite, tradisce il nostro vero stato d’animo, inscenandolo teatralmente in modo netto e sintomatico, cosicché non si possa più “fare finta di nulla”, poiché le nostre condizioni fisiche ci impongono un cambiamento forzato balzando sulla scena da protagoniste e prendendosi forzosamente quell’attenzione che era stata loro negata.
Eppure, nonostante siamo ormai proiettati verso il terzo millennio, viviamo nei confronti del nostro corpo il disagio di chi ascolta qualcuno che gli parla in una lingua sconosciuta; assistendo così ad una “involuzione” delle nostre capacità. Il progressivo allontanarci dalla nostra natura, dal corpo, da noi stessi, ha reso il linguaggio del corpo incomprensibile ed ostile. Il risultato è che paradossalmente non sappiamo più in che direzione andare, nemmeno quando si tratta di andare incontro a noi stessi.
Ecco allora qualche indicazione utile per districarci in questo complicato rompicapo; la prima cosa da osservare è il “luogo”, il teatro dell’“indisposizione”, che ci aiuta a circoscrivere la zona di interesse. In questo caso ci riferiamo all’apparato genitale (generalmente femminile, più raramente, maschile) che simbolicamente rappresenta il cuore della vita privata (individuale e di coppia) della persona. La collocazione dell’infiammazione, ciò che chiameremmo beffardamente “il posto indisposto” dà un segnale forte e chiaro, diverso a seconda che sia un uomo o una donna a contrarre l’infiammazione.
La sintomatologia ricorre specialmente in donne la cui relazione con il partner è diventata schiacciante, svilente. Nella mia esperienza ho visto cronicizzare queste sintomatologie specialmente in donne che percepiscono il compagno come un’autorità prevaricatrice e che nutrono un complesso di inferiorità latente nei suoi confronti; donne che non si sentono valorizzate né rispettate, che sentono di contare (e di essere gratificate) solo quando “si piegano” al volere del marito/compagno e che, anche se ostentano una formale libertà, nascondono (anche a se stesse) un senso di sottomissione. Quando l’uomo è vissuto in questo modo, si finisce inesorabilmente col covare dentro un senso di colpa, di poco rispetto verso se stesse, di insoddisfazione generale, ma anche di timore nei confronti del cambiamento ed un grande senso di vergogna che si manifesta qualora cali il “paravento” della superficiale solidità dietro la quale si riparano le certezze della donna. L’identificarsi con la volontà maschile ed il sentirsi sicura solo quando questo avviene, (e gratificata quando ciò viene riconosciuto dal compagno), ha una forte eco in termini “intimi” e finisce per “schiacciare” l’identità femminile, per “pesare” ed incrinare profondamente l’autostima della donna e delle sue manifestazioni archetipiche inconsce. Ed ecco allora che qualcosa dentro “brucia” ma è così profondo, intimo e radicato, che non ce ne si può liberare fintanto che non lo si ammette a se stesse. L’infiammazione ha il colore del fuoco, il rosso, che però non è visibile all’esterno, voce di un dramma che la donna vive tutto dentro, di un contrasto che si sviluppa all’interno e che fuori si estrinseca solo con una manifestazione superficiale che è ben poca cosa rispetto al dolore ed al “disagio” che comporta l’infiammazione (il frequente stimolo di urinare). Ciò che brucia è dentro, così come dentro si sviluppano tutte queste dinamiche che non devono essere viste, notate, percepite dagli altri. La donna “nasconde” al resto del mondo la sua inadeguatezza, senza riuscire ad identificare con certezza da dove viene. Un certa predisposizione a questa somatizzazione, si può notare nelle donne che hanno ricevuto un’educazione di impostazione fortemente conservativa e cattolica, perché particolarmente sensibili alle potenziali conseguenze negative che potrebbero comportare i cambiamenti nel loro modo di essere qualora si rendessero consapevoli di tali dinamiche, non riuscendo perciò più a sopportarle. Quando la donna smette di “subire” si fa infatti immediatamente strada lo spauracchio del fallimento e dell’abbandono. Soprattutto in questi casi in cui la persona finisce con l’identificarsi totalmente con l’altro, e quindi in cui l”altro” è percepito come una certezza (o meglio, come l’unica certezza) i disagi percepiti in conseguenza delle paure abbandoniche, si fanno particolarmente gravi, oltre a sommarsi ad un senso di profonda incertezza legata ad una prospettiva di cambiamento, che viene associata ad un’ipotesi separazione/divorzio. Questo avviene perché la donna cove in sé la tragica consapevolezza che è proprio il suo essere sottomessa e quindi quel suo nutrire l’aspetto egoico maschile che fa si che il compagno la accetti. Il sentimento fa da corollario, non è il cuore della relazione. L’uomo è innamorato di come la donna lo rispecchia, di come è con lui. Ecco perché la donna rifiuta e rifugge razionalmente questi impulsi emotivi, eppure li vive, perciò questi non possono che manifestarsi sotto una forma paradossalmente più “tollerabile” dalla persona ovvero fisicamente, sfociando in uno scarico doloroso che non si può più trattenere. Piuttosto che affrontare razionalmente queste eventuali dinamiche, la donna “si sottomette” e, come molti altri mammiferi, che sottomettendosi urinano, cronicizza questa manifestazione ad effetto punitivo e catartico rafforzato ulteriormente dal dolore, simbolo dell’espiazione fisica dei propri “pensieri peccaminosi” in senso cattolico (quali la eventuale ribellione nei confronti del partner che potrebbe avere conseguenze importanti sugli equilibri della coppia, o la stessa ammissione della rottura e della insostenibilità del rapporto) ed dall’infiammazione, che mette in scena il contrasto, la lotta tra ciò che è giusto socialmente e ciò che invece ci si sente,, lotta che, come è analogicamente intuitivo, genera attrito e calore.
Come dicevamo, tutto il corpo è uno schermo dove vengono proiettate le tematiche inconsce, tanti film caratterizzati dal vissuto, dal represso ed dall’immaginario simbolico ed archetipico individuale e collettivo. La vagina e la vescica non fanno eccezione. Come abbiamo visto, la donna sconta il mancato rispetto di sé e si comprende perciò come questo tipo di problematica si manifesti ogni qual volta questo accada; non solo quando si è schiacciate dal confronto con un uomo egocentrico e forzatamente protagonista, ma anche quando l’auto-imposizione di una vita frenetica, che lascia senza tempo, la mette paradossalmente, nuovamente in secondo piano.
Che succede quando le cose da fare prendono il sopravvento? Che ciò che si fa assume improvvisamente più importanza di ciò che si è. La donna si schiera in prima linea, si espone a responsabilità “stimolanti, continue, urgenti, però anche fastidiose, irritanti, brucianti, inevitabili” descrizione che mi sono sentita fare spesso e che ovviamente del tutto casualmente… coincide perfettamente con la descrizione dei sintomi della cistite! E’ come se la donna si trovasse a somatizzare uno stato di “di squilibrio emozionale e frenesia lavorativa, di eccitazione perenne”, di intima esaltazione (repressa volontariamente) per svariati motivi. Tali motivi possono essere di origine sociale (colleghi potenzialmente invidiosi, problemi familiari, dinamiche sociali e relazionali) e personali (non ci vuole fermarsi ad assaporare i successi per ragioni latentemente autopunitive, celate sotto il paravento della “modestia” o perché ci si trova inseriti in un meccanismo tale per cui si è continuamente, perversamente proiettati verso il raggiungimento del “prossimo obbiettivo” e concedersi di godere del gradino appena salito pare un moto di superbia completamente ingiustificato, perché percepito come “dovuto, scontato”, in una parola “il minimo”.
La donna, dopo aver lottato molto, si trova “finalmente” a “rompere il fiato”, a correre con meno sforzo e con più disinvoltura; cominciando i successi personali, si apre la porta dell’autorealizzazione, l’emozione è forte, bruciante, ma viene spesso vissuta “in solitaria”, non verbalizzata. Si tende ancora una volta a trascurare se stesse, in nome di successi sempre più grandi agendo sempre meno “per il proprio piacere” quanto più per un’astratta idea di piacere che poi, a ben pensarci, coincide con il piacere di altri ( e non necessariamente con il nostro). Il corpo non è più il fine, l’oggetto dell’attenzione (che è spostata invece fuori di sé) ma viene vissuto come un mero strumento, un “lasciapassare”. Proprio come l’auto di una persona importante, il corpo deve essere esteticamente bello, lucido e pulito, poco importa se sotto i rivestimenti ricercati si celano buchi e cuciture, basta che non si veda. La donna, correndo, non prende consapevolezza delle continue emozioni, anche positive, e difficilmente le condivide (creando perciò tutti i presupposti per la somatizzazione), la quale non a caso si tradurrà in uno “sfogo”, in un “pianto intimo”, nel pianto di chi non viene ascoltato. Il continuo scarico, ben si contestualizza nel frenetico stile di vita di queste donne e l’atto dell’urinare, analogicamente ci riporta al comportamento di altri mammiferi che urinano se molto emozionati/impauriti, si accompagnano al bruciore. La donna è infervorata, ha il fuoco dentro: la passione l’entusiasmo, eppure nella corsa ha dimenticato se stessa e la cistite la costringe a rallentare, a prestare attenzione a quella parte di sé che trascura.
Ecco la chiave evolutiva intrinseca celata dalla cistite e da sintomatologie annesse; essa costituisce un’occasione costruttiva per dar voce alla parte di noi che abbiamo per mille ragioni trascurato e represso, a quel fuoco che cova e poco importa che questo sia o meno condiviso dalla “ragione”; di fatto esiste ed in quanto esistente, ha un peso, un significato, un’importanza ed un’identità; ovvero ha tutte le caratteristiche per poterci “bloccare costringendoci “con le cattive” a guardare di nuovo a noi stesse, a rispostare il baricentro su di noi. Ci ricorda che siamo fragili e non invincibili. La “morale” da non dimenticare è che possiamo fare tanto solo se stiamo bene, e basta un “piccolo, fastidioso disturbo” per rovinare la corsa. Ecco che allora emerge con chiarezza un assioma tanto semplice quanto importante “la salute intesa come benessere, ovvero come amore verso noi stessi) non solo viene prima di tutto, ma ne è la base (del tutto!)” ed è immediato ed intuitivo che senza questo, anche qualsiasi altro obbiettivo personale, professionale, sociale e lavorativo, perde di senso.
 
NAUSEE IN GRAVIDANZA
Vertigini somatiche del Cambiamento

Strano Paese l’Italia per quanto riguarda la maternità. In un momento storico in cui sono letteralmente esplosi i casi di inseminazione artificiale, ma paradossalmente vertiginosamente scese le nascite, la donna si trova a vivere una nuova posizione difficile e combattuta. Sempre meno figli, sempre più desiderati, concepiti per tanti motivi soggettivamente profondi anche se quanto mai diversi; dall’appagamento del fisiologico senso di maternità alla rivalsa personale, dalla solitudine al tentativo di recuperare una coppia in crisi, dal “se non lo faccio ora, non lo faccio più” alla dimostrazione (a sé stessi) di essere ancora giovani e “in pista”. Tanti giudizi, tante parole spese ai danni o in favore delle neomamme, spesso da altre donne, magari a loro volta madri. Le considerazioni sono le più svariate: siamo troppo vecchie, troppo giovani, troppo mature, troppo infantili, troppo instabili, troppo viziate, troppo impreparate, troppo indipendenti. Ci si sente un po’ in balia di sé, fortemente condizionati dalle attese e dalle aspettative di genitori, parenti, amici, dai giudizi della “gente”, ovvero di persone mai viste e mai conosciute che però ci circondano, che si “respirano” e che incredibilmente finiscono per occupare un posto importante nelle nostre scelte anche quando pensiamo di esserci comportati “a prescindere”. In realtà non si può scampare a questa sorta di “omeopatia relazionale” in cui siamo immersi, che ci entra dentro per il fatto stesso che respiriamo, portando così in noi un qualcosa che anche se in quantità infinitesimale appartiene al mondo, alla “gente”, appunto, e l’omeopatia stessa ci insegna che anche qualcosa di infinitesimale può provocare grandi variazioni (non si dice forse che se una farfalla sbatte le ali a Tokyo cambia il tempo a New York?!). Viene dunque da domandarsi “e noi? E i nostri compagni?” qual è il nostro peso? Qual è il nostro posto? La storia delle mamme, soprattutto in questo paese in cui tutti hanno un’idea di come le cose dovrebbero esser fatte per essere giuste, è perciò quanto mai travagliata. C’è chi per avere un bimbo, si rivolge ad un’equipe di esperti,c’è chi tenta e ritenta per conto suo, c’è chi invece, pur non avendolo pianificato, ci “casca” e c’è chi, pur giurando di aver adottato tutte le precauzioni possibili, si ritrova col pancione. E’ questa quella che sarà la storia pre-natale di milioni di persone in Italia, figlie di genitori che le hanno profondamente cercate, desiderate e volute, o figlie di chi, non avendo pensato alla maternità l’ha vissuta in modo inatteso e spontaneo. O ancora, figlie di chi, pur vivendo circostanze complicate, a volte estremamente difficili, non si è sentito di porre fine ad una gravidanza indesiderata per intimi motivi non sempre spiegabili a parole, ma non per questo meno importanti. Eh si, perché la natura è forte e sa vincerci. Quando quel qualcosina si forma e comincia a muoversi dentro di noi è già “nostro”, è già “noi”, ed intimamente non siamo più sole. Ne siamo responsabili e anche se è solo un mucchietto di cellule è già tremendamente importante. Tutto ciò non ha una spiegazione razionale, succede e basta ed ha una potenza eccezionale, è più forte di noi; è il miracolo della vita che si ripete e noi, per tutta risposta, non possiamo che rimanere sbalordite a contemplarlo. La nostra esistenza acquisisce gradatamente un senso che non aveva e ci troviamo a domandarci per cosa vivessimo prima, cosa ci dava la luce e la sostanza del giorno.
E’ la natura che parla attraverso il corpo della donna, essere che, secondo i curanderos andini, “è il ponte che collega l’uomo all’universo” ed attraverso quel processo meraviglioso che ci permette di dare la vita, fiorisce nel suo primordiale quanto mai prezioso obbiettivo, che è quello di garantire, nonostante tutto, la continuazione della specie. Ed ecco che mamme e papà diversi per razza, pensieri, emozioni, caratteri, natura, sesso, religione, colore, con tanti trascorsi ed infinite storie da raccontare, tutti con vite diverse e sfaccettate, si uniscono da millenni in un rituale, l’accoppiamento, mantenendo quel sapore istintivo e tribale che condividiamo con il regno animale e che perciò è in larga parte sfuggito al dominio della ragione. Ci addentriamo insieme dall’alba dei tempi nella terra degli istinti, ove vigono leggi non scritte che nessuno ci insegna eppure sappiamo, svestendoci per un momento di tutta la razionalità che toglierebbe quella spontaneità necessaria ed irrinunciabile alla propiziazione di una nuova vita (non a caso, quando il concepimento è “pensato” e “ragionato” si può abbassare notevolmente la probabilità di una gravidanza). L’accoppiamento è per natura finalizzato alla riproduzione e nonostante ognuno lo viva in modo cerebralmente diverso, attribuendo mille motivi e spiegazioni alle dinamiche che si originano tra le lenzuola, il nostro corpo ed i nostri istinti si muovono nella direzione del concepimento. Già, la fecondazione; qualcosa che nonostante sembri superata, è invece talmente intrinsecamente legata alla natura umana ed in particolare femminile, da essere in grado di far precipitare nella depressione più cupa ogni anno migliaia di donne che non riescono a viverla, ed a provocare centinai di separazioni. La natura vuole la sua parte, ed anche se si cerca di ignorarla, prima o poi viene a galla reclamando il suo spazio a gran voce, e poco importa razionalizzare il fenomeno trovando validi motivi per cui non dovrebbe farlo.
E’ estremamente importante gettare uno sguardo sul contesto sociale perché noi cresciamo viviamo e moriamo intrisi di natura e cultura ed è perciò quanto meno intuitiva l’importanza di queste considerazioni sulle persone e, conseguentemente, sul loro stato di benessere e di salute psicofisica. Il “sistema uomo”, come ogni altro sistema, non è infatti affatto “avulso” da ciò che lo circonda ma ne è parte insostituibile ed integrante, ecco perché, secondo il modello psicosomatico, o ecobiopsicologico, l’“eco” (ovvero la relazione uomo/ambiente) viene ad assumere una rilevanza tale da comporne addirittura il nome.
Ho deciso di trattare qui il tema delle nausee in gravidanza perché tante donne mi hanno chiesto di affrontarlo dopo avermi riportato quanto viene detto in molti articoli relativamente al “rifiuto” che queste parrebbero simboleggiare. Inutile accennare al danno psicologico che può suscitare un’affermazione gel genere in persone che, volendo approfondire il tema “maternità” a livello psicosomatico, finiscono per “scoprire” che il loro corpo “rifiuterebbe” il bambino (quando avviene esattamente il contrario). Etichettare la nausea come voce di un mero “rifiuto” mi pare superficiale oltre che infondato, e significherebbe lasciare spazio ad insani sensi di colpa ed elucubrazioni mentali del tutto fuori luogo. Di “rifiuto” si può parlare solo in casi rari ed eccezionali (casi di gravidanze seguenti a stupri, violenze di guerra, razziali, o verificatesi in difficili ed ingestibili condizioni economiche, psichiche e sociali della donna). Mi stupisce la superficialità con cui questo tema viene spesso trattato; molti si limitano semplicemente ad appiccicare ad un sintomo una banale “lettura”, interpretando ogni manifestazione allo stesso, nonostante questo riguardi persone diverse, come se potesse davvero esistesse una “formula standard” uguale per tutti.
In realtà ogni donna ha la sua nausea, summa di motivazioni intrinsecamente diverse: questa non riguarda direttamente il rapporto col bambino, ma piuttosto il rapporto con se stessa e la destabilizzante paura del cambiamento che trova ampio spazio nel mondo l’occidentale, che trova la sua dimensione (e le sue certezze) unicamente nel “qui ed ora”, in un’ottica statica e poco “capiente”, lontana dalla realtà in continua evoluzione.
In particolare, bisogna analizzare cosa viene a provocare quel disagio, quella paura e quelle complesse dinamiche alla base della “vertigine-maternità”. Le nausee sono una manifestazione somatica ed analogica del tutto frequente e naturale in gravidanza, ed interessano donne di ogni età nel 90% circa dei casi, comprendendo nella percentuale anche coloro che hanno ardentemente, profondamente desiderato e voluto un bimbo per le più svariate motivazioni, soggettivamente giuste o sbagliate che siano (uso “soggettivamente” perché in realtà tutto è giusto o sbagliato, dipende dal “metro” con cui lo si misura e pertanto colgo l’occasione per invitare a diffidare di tutti coloro che millantano realtà assolute). Quel piccolo frutto di un sincero, appassionato desiderio, non può perciò essere l’oggetto cui direttamente si riferisce la nausea intesa come rifiuto.
Le nausee compaiono in genere tra il secondo ed il quarto mese di gravidanza (anche se molte donne le avvertono molto prima, spesso fin dai primi giorni). Nella mia esperienza professionale ho addirittura visto donne che hanno cominciato ad avere la nausea subito dopo aver fatto il test di gravidanza (ed averlo trovato positivo), o addirittura precedentemente, se pensavano di essere incinta (o lo speravano ardentemente)!
Ogni donna ha appunto una sua nausea peculiare, che parla di lei e che è quindi diversa sia nella manifestazione sintomatica che psicosomatica che psichica. Sul piano fisiologico, la maternità è un vero e proprio uragano, un cambiamento repentino e travolgente che investe tutti gli aspetti biologici e fisici (oltre che psicologici). La magia della natura entra in scena e sul palcoscenico della vita, trasforma la donna in mamma; improvvisamente tutti i sistemi integrati che compongono il corpo femminile (anatomico, immunitario, ormonale, cardiocircolatorio etc..) si trovano a misurarsi e ad interagire in modo diverso, armonico, per mettere a punto un nuovo equilibrio che abbia al centro il feto (un altro essere!) e non più solo la donna. L’intelligenza del corpo, che agisce su un piano parallelo e sconosciuto alla ragione, si esprime in potenti scariche e mutamenti; le parti del tutto si coordinano diversamente e, proprio come gli strumenti di un’orchestra, cominciano a suonare una nuova, dolce melodia che non ha più il solo compito di garantire la sopravvivenza della madre, ma anche quella di cullare e preservare il piccolo in formazione durante tutta la gestazione. Sul piano biologico, i maggiori imputati responsabili delle nausee, sono due: da una parte lo sconvolgimento ormonale e dall’altro lo stravolgimento del sistema immunitario. Per quanto riguarda il sistema ormonale, l’ormone Beta-hCG o gonadotropina corionica, prodotta dalla placenta per stimolare le gonadi, agisce anche sull’ipotalamo, facilitando la formazione delle nausee, mentre, per quanto riguarda il sistema immunitario, si scatena una vera e propria “bufera” che sovverte il normale ordine biologico delle cose. Qui siamo davanti ad un altro miracolo che la scienza non ha ancora del tutto saputo spiegare; l’”incubazione” di un “altro da se” da parte di un organismo dovrebbe infatti comportare un “rifiuto” ed un conseguente rigetto del corpo estraneo (il feto), mentre ciò non avviene, nonostante il piccolo, pur essendo parte della madre, abbia una sua definita individualità, anche genetica, e sia quindi già qualcosa di diverso rispetto a chi l’ha concepito ed a chi lo porta in grembo. Questo profondo, radicale maremoto immunitario (componente somatica), può determinare indirettamente una maggiore secrezione dei succhi gastrici che determinano il tipico senso di “vuoto nello stomaco”, di “groppo”, di “bruciore”, che, già a partire dalla descrizione, mette in luce il riferimento al mondo emozionale (componente psico-emotiva), evidente anche nella respirazione; la gravidanza è un cambiamento che ci lascia letteralmente “senza fiato”.
Proprio così.
La maternità è un viaggio, e proprio come quando visitiamo un posto sconosciuto, ci sentiamo fragili, insicuri, disorientati. Il cambiamento ci mette alla prova, costringe chi lo vive a guardarsi allo specchio ed a riscoprirsi improvvisamente cambiato. In soli nove mesi ci si ritrova mamme (e papà) ed i tempi per “adattarsi” al cambiamento sono serrati. Il concepimento è un catalizzatore di crescita, un’accelerazione che dà le vertigini, un avvenimento fondamentale che non ha mai perso il suo sapore istintivo e genuino. La maternità, simboleggiata emblematicamente dal parto, rappresenta non “un” ma “il” Cambiamento; il più grande che possa avvenire nella vita di un essere femminile. Attraverso questa esperienza iniziatica da ragazze si diventa donne (poco importa l’età anagrafica in cui ci si trova a viverla) e da figlie, madri. Il baricentro si sposta dal passato al futuro, improvvisamente, si parano innanzi nuove stringenti responsabilità, e la stessa vita di chi la vive entra in discussione. La gravidanza porta la donna a guardare in faccia sé stessa ed a porsi inquietanti domande relative al proprio presente ed al proprio passato, di cui non sempre si è consapevoli: “sarò in grado di occuparmi di un altro essere, quando avverto di aver ancora io bisogno di essere accudita? Saprò essere un genitore migliore di quello che sono stati i miei genitori per me? Saprò compensare le mie lacune, superare le mie paure per far crescere mio figlio in modo equilibrato?” In una parola, “saprò essere una brava madre?” Tante e tali domande non possono che creare un grande e legittimo senso di incertezza, di ansia ed a volte, di inadeguatezza. Si sta per compiere il grande “spostamento” del proprio Sé ed anche questo, come tutti gli spostamenti/cambiamenti (ed i viaggi siano essi fatti in aereo, in bus, in auto o in nave), tende a “prendere lo stomaco”, a “dare le vertigini” soprattutto quando non siamo noi che “guidiamo”. E’ questa una connotazione tipica della paura, sorella legittima del cambiamento. Certo, perché il sentiero che porta una donna ad essere madre è incerto e tortuoso ed a parte i consigli di nostra madre o di qualche eventuale amica, nessuno ci insegna mai come percorrerlo. E’ perciò molto difficile “saltare in sella al cavallo” perché questo presupporrebbe una flessibilità e ad una predisposizione al cambiamento talmente rara da giustificare quel piccolo 10% di donne che non soffrono di tale sintomatologia. Ciò spiega anche il motivo per cui le nausee, in presenza di condizioni simili e sufficientemente soddisfacenti per la donna - e che quindi non sono, di per sé aggravanti delle condizioni dello stomaco - (come una relazione stabile e soddisfacente con il partner, accettabili condizioni lavorative, buone condizioni di salute, equilibrate relazioni familiari) generalmente sono più forti duramente la prima gravidanza; nella seconda infatti, diciamo così, “a parità di strada” la donna ha già imparato a guidare e quindi si sente meno destabilizzata/disorientata/impaurita/sballottata/nauseata dal viaggio e dal confronto con se stessa. E’ molto interessante notare come il “viaggio maternità” sia qualcosa tanto intimamente vissuto dalla donna, da iniziare solo con la presa di coscienza di un altro essere, quasi fino al punto di prescindere dal il concepimento in sé. E’ infatti soprattutto con la consapevolezza/convinzione di essere incinta (anche quando questa non è attinente al vero come nel caso delle gravidanze isteriche) che nascono le nausee, o che queste si accentuano incrementando col fattore psicosomatico/psicologico il fattore fisico/fisiologico già esistente. Le nausee sono talmente intrinsecamente legate nell’immaginario collettivo alla gestazione, da costituirne una connotazione stereotipata. Ciò è particolarmente evidente nelle donne che desiderano talmente profondamente una gravidanza da “sentire” le nausee anche se, di fatto, il concepimento non è avvenuto e perciò sebbene il loro manifestarsi non sia giustificato da alcun fattore fisico, ma anche in quelle donne che, viceversa, hanno una tale paura di rimanere incinta da “materializzarla” avvertendo “già” i “tipici” bruciori di stomaco.
Se nausea e consapevolezza vanno di pari passo sul piano razionale, mentre sono i due aspetti complementari sul piano psicosomatico, ove non eccependo alla legge della somatizzazione, l’uno è l’espressione della “non coscienza dell’altro”, ecco che diviene lampante il perché, in una condizione reale di gravidanza, le nausee si fanno sentire soprattutto al “mattino” quando la donna è nuovamente costretta a prendere coscienza della situazione dopo un momento di incoscienza (la notte) in cui, specialmente nel primo periodo dopo il concepimento, non si percepisce ancora come madre. Ciò è particolarmente evidente nei sogni, dove siamo quelle di sempre finché il nuovo stato non è stato profondamente accettato dal nostro inconscio (momento in cui in cui ci si comincia a sognarsi col pancione o comunque intrinsecamente consapevoli di essere in due). Questi esempi ci permettono anche di farci un’idea di quanto il fattore psichico, o meglio, “biopsichico”, possa influire su questo tipo di sintomatologia (le nausee); tanto da aggravarle anche in totale assenza di presupposti fisiologici “standard”, ovvero direttamente riferibili alla gravidanza e non ad uno stato emozionale.
E se di stomaco si parla, non è strano che questo sintomo coinvolga anche l’alimentazione; espressione per antonomasia del rapporto con l’esterno. Quando mi nutro, porto dentro di me il mondo simboleggiato da qualcosa che non conosco e di cui non conosco la storia, accogliendolo e permettendogli così di diventare parte di me. E’ questo un atto di fiducia innato ed incondizionato. Emerge così un terzo aspetto: ad un cambiamento interno corrisponde non più solo un cambiamento esterno (in questo caso fisico rappresentato dal pancione e dalla progressiva demarcazione di tutti i tratti femminili), ma anche un cambiamento “relazionale” che necessariamente investe tutte le nostre sfere di relazione, dalla respirazione, alla sessualità, dall’alimentazione, alle dinamiche escretorie. Avete mai provato a “cambiare ambiente” ad un animale soprattutto se selvatico? Mostrerà immediatamente un rapporto disturbato, momentaneamente squilibrato col cibo; potrebbe abbuffarsi ed ingrassare (cosa assolutamente innaturale per un animale) o smettere totalmente di cibarsi. Ed ecco perché le nausee spesso paiono scatenarsi alla vista o “all'odore” di particolari cibi o sostanze: i nostri gusti sembrano “impazziti” (come anche il nostro corpo) variano alla velocità del cielo in montagna senza tregua, destabilizzandoci, innervosendoci, senza permetterci di “ritrovarci” e di riconoscerci per quello che eravamo.
Noi siamo quello che mangiamo, che viviamo, che respiriamo, che sentiamo, ma in una fase di cambiamento dove tutto si trasforma e si evolve velocemente, dobbiamo “ricordarci” di rispettarci e di essere perciò abbastanza “capienti” da ospitare dentro di noi tutti i mutamenti che avvengono, senza inutili attriti che comunque non potranno cambiare il corso delle cose, ma solo farci più male. E’ importante riscoprire la”virtù dei forti”: la pazienza, per riscoprirci e scalare la vetta della montagna, nonostante quella sensazione di vertigine, quel brivido dentro. La nausea non fa altro che dare voce a quel sentimento di disagio, di paura e di incertezza sopita (perché inidonea ad essere spiegata in termini razionali) che, non potendosi affacciare alle porte di ciò che capiamo, e che conseguentemente potremmo accettare, né tantomeno di ciò che ci legittimiamo ad “esprimere” (sia pure solo verbalmente o a livello comportamentale), non ha possibilità di manifestarsi se non quella di farlo “attraverso il corpo”, e quindi attraverso la somatizzazione, trovando finalmente il suo spazio ed ottenendo così, implicitamente, quel risultato a cui tende l’intelligenza del corpo. L’istinto non conosce ragione, né buone maniere ed agisce perciò a volte in modo brutale per ottenere il suo scopo: condurre la donna attraverso il cambiamento, costringendola a prendere coscienza di un “nuovo stato”, ed affrontarlo perché già più nulla è uguale a prima, né mai più lo sarà.
Passati i primi tempi infatti, quando gradatamente ci “rilassiamo” concedendoci il tempo “fisiologico” per accettarci nuovamente e ritrovarci, ci espandiamo, divenendo abbastanza “capienti” per contenerci emozionalmente, e questo ci rende perfettamente coscienti della trasformazione in atto. Per tutta risposta, le nausee si alleviano, e noi ci cominciamo a sentire finalmente davvero mamme; non è più qualcosa che semplicemente diciamo, “senza sentirlo”, ma qualcosa che profondamente viviamo (o, se prima non lo abbiamo detto, è questo il momento in cui cominciamo a “dichiararci future mamme”, a mostrarci per quello che siamo diventate e non più per quello che eravamo prima). Apriamo la crisalide e ci prendiamo il nostro nuovo posto nel mondo, trovando il coraggio di essere ancora noi stesse, ma più arricchite, più complete, più donne. A questo proposito, è opportuno osservare che la gravidanza accentua i tratti femminili come il seno ed il sedere e che in una escalation progressiva, ci porta forzatamente a confrontarci con noi stesse costringendoci alla consapevolezza fisica di essere donne (consapevolezza che trova il proprio culmine al momento del parto e dell’allattamento). Le conseguenze di questa accettazione, del ripristino di questo patto con sé stesse e con la natura, emerge con evidenza in tutte le statistiche: dopo la gravidanza vi è un netto miglioramento ed a volte una definitiva scomparsa di molte delle somatizzazioni legate proprio alla difficoltà di vivere la propria femminilità, come mestruazioni dolorose o irregolari, ovaie policistiche, fibromi ed endometriosi, senza contare una diminuzione esponenzialmente della possibilità di contrarre un cancro all’utero).
La nausea è il vento prima della tempesta. E’ un’emozione intensa ed inespressa che non riusciamo a contenere, un cambiamento troppo grande “da digerire”, e non a caso, è lo stomaco che prima della pancia lo avverte (e lo somatizza); le nausee infatti tendenzialmente precedono la formazione del pancione. Le nausee poi possono tornare a ripresentarsi negli ultimi (o nell’ultimo) mese di gravidanza, ciò fisicamente può essere causato dalla pressione che l’utero ingrossato esercita sullo stomaco, provocando reflusso dei succhi gastrici ma psicosomaticamente è quanto mai intuitivo che se “di fronte all’ultimo metro”, la consapevolezza dell’arrivo di un nuovo essere non ha trovato ancora piena accettazione in noi, si torna a far sentire più che mai la paura del grande evento.
E’ importante sapere che la maggioranza dei casi di vomito in gravidanza non richiede particolari cure mediche poiché non provoca conseguenze per il bambino, che, nei primi tre mesi, si nutre direttamente delle riserve accumulate dalla madre prima del concepimento, e, a differenza di quanto si pensa comunemente, non risente di un suo mancato aumento in termini di grasso corporeo, né danni alla mamma (a parte il disagio), permettendole anzi di “sfogare” quella paura che altrimenti rimarrebbe inespressa e che quindi tenderebbe inevitabilmente a sfogarsi diversamente.
Chiudo riportando una bella frase di Paracelso “coloro che si limitano a studiare e a trattare gli effetti della malattia sono come persone che si immaginano di poter mandar via l'inverno spazzando la neve sulla soglia della loro porta. Non è la neve che causa l'inverno, ma l'inverno che causa la neve”.

A cura della Dott.ssa Silvia Caldironi, consulente psicosomatista, con la collaborazione della Dott.ssa Laura Focaccia, biologa.
 
Amenorrea
vedi alla voce Mestruazioni.
 
Tiroide
La tiroide è una ghiandola endocrina ed è situata nella regione anteriore del collo. Secerne e sintetizza due ormoni: la Tiroxina e la Triiodiotironina che assolvono a molte funzioni ma soprattutto agiscono sul metabolismo energetico (aumentando il consumo di ossigeno dell'organismo) e coadiuvano la crescita ed il funzionamento del sistema nervoso. Gli ormoni sono "immagazzinati" nei follicoli grazie ad una sostanza chiamata tireoglobulina di consistenza gelatinosa, per poi venire liberati all'occorrenza. Per un sano funzionamento della tiroide è indispensabile arricchire di questa sostanza la nostra alimentazione (scegliendo ad esempio, sempre il sale marino "iodato" poichè questo, assorbito sotto forma di ioduro e' captato dalla tiroide che lo immagazzina all'interno della colloide nei follicoli). La tiroide è poi controllata dall'ipofisi grazie ad un ormone specifico, chiamato TSH, che ha la funzione di stimolarla a secernere i propri ormoni qualora questi scarseggino all'interno dell'organismo e fermandola se invece questi abbondano (tale meccanismo di regolazione è detto "feed back negativo", ed è simile ai sistemi di regolazione di altre ghiandole).
Nonostamte la tiroide abbia molte funzioni, la sua attività è sempre legata allo sviluppo ed all'identità. La persona che soffre di ipertiroidismo tenderà a "bruciare la vita", a dedicarsi a molte attività, a fare ed a temere il senso del vuoto, ad avere "paura di fermarsi". La tiroide, secernendo ogli ormoni, agisce direttamente sul sangue (sulla nostra "vitalità"). A volte però, la tiroide"rallenta", costringendo la persona a fare lo stesso: l'aumento di peso, il rallentamento del metabolismo e spesso accompagnati da una crescente "disattenzione", da una maggiore difficoltà di concentrazione, lanciano alla persona un segnale ben preciso; quello di fermarsi a riflettere.
La persona che ha problemi di tiroide è una persona molto pratica e capace che riesce difficilmente a trovare una sua precisa collocazione; si sente travolta dagli eventi e vicina ad una visione concreta e materialistica, ma allo stesso tempo, si sente anche irresistibilmente attratta dalla spiritualità e dall'"essere". Non a caso la tiroide si posiziona tra "mente e corpo": nel collo. Ecco che allora il conflitto tra queste due personalità (quella dell'essere e quella del fare) si somatizza proprio, in primis, nella tiroide, che alternerà momenti di iperattività a momenti di stasi, rispecchiando il contrasto che vive anche la persona.

 

HOME | CHI SIAMO | DOVE SIAMO | CONTATTI | FAQ